La figura dell’influencer sfugge ancora una classificazione giuridica ben definita: non sono lavoratori subordinati, né liberi professionisti in senso tradizionale.
Eppure, il loro lavoro è a tutti gli effetti un’attività economica: generano reddito con sponsorizzazioni, pubblicità, collaborazioni e vendita di prodotti o servizi.
Questo vuoto normativo apre una riflessione importante: se il loro potere di influenzare opinioni, acquisti e comportamenti è enorme, lo è altrettanto la responsabilità che ne deriva.
Gli influencer possono infatti essere ritenuti responsabili legalmente per contenuti fuorvianti, promozioni ingannevoli, o l’incitazione a comportamenti dannosi (basti pensare alla promozione di diete non sicure o prodotti senza adeguate informazioni).
In questi casi, possono incorrere in sanzioni amministrative o penali, oltre a rispondere civilmente per eventuali danni causati.
A livello europeo, la figura dell’influencer è sempre più al centro dell’attenzione normativa. L’autorità Garante Della Concorrenza Del Mercato (AGCM) ha elaborato linee guida per garantire trasparenza verso i consumatori, in linea con la direttiva 2005/29/CE che vieta ogni forma di pubblicità occulta e impone la chiara indicazione dei contenuti sponsorizzati.
Anche la normativa italiana si è adeguata: il codice del consumo (articolo 22, d. Lgs 206/2005) impone che ogni comunicazione promozionale sia facilmente riconoscibile come tale, permettendo ai consumatori di compiere scelte informate.
In questo contesto, il regolamento UE 2019/1150 ha rafforzato ulteriormente le regole sulla trasparenza nei servizi digitali, obbligando le piattaforme social a vigilare sui contenuti sponsorizzati e ad assicurare una chiara identificazione.
La direttiva è chiara: più trasparenza, più tutela per i consumatori e più responsabilità per chi lavora nel mondo dell’influenza.